Il Digital Product Passport (DPP) non è più un concetto astratto. È un obbligo normativo che arriverà a toccare ogni azienda che produce, importa o distribuisce prodotti tessili e calzaturieri nel mercato europeo. Eppure, quando ne parliamo con le aziende moda italiane, la reazione più frequente è la stessa: “Sì, ne ho sentito parlare, ma non so da dove partire.”

Questa guida serve esattamente a questo. Non a spiegare la teoria, ma a dare un percorso operativo: cosa fare, in che ordine, con quali strumenti.

Cos'è il DPP e perché riguarda la moda

Il Digital Product Passport è un contenitore digitale di informazioni associate a un singolo prodotto — o a un lotto di prodotti — accessibile tramite un supporto dati (tipicamente un QR code). Contiene dati sulla composizione, l'origine dei materiali, i processi produttivi, le istruzioni di manutenzione, la riparabilità e la riciclabilità del capo.

Non è un'etichetta estesa. È un registro strutturato e leggibile da sistemi digitali, pensato per tre destinatari diversi:

Per la moda, il DPP non è solo un tema di compliance. È un cambio strutturale nel modo in cui le aziende gestiscono e comunicano le informazioni di prodotto. Chi produce capi in pelle, tessuti misti, calzature con componenti multipli sa già quanto sia complesso tracciare ogni materiale. Il Digital Product Passport rende questa tracciabilità obbligatoria e standardizzata.

Il regolamento ESPR: le date che contano

Il DPP nasce dal regolamento europeo ESPR (Ecodesign for Sustainable Products Regulation), entrato in vigore nel 2024. L'ESPR stabilisce il framework generale, ma i dettagli specifici per ogni categoria di prodotto vengono definiti attraverso atti delegati.

Per il settore tessile e calzaturiero, ecco le date da tenere a mente:

Le date esatte dipenderanno dagli atti delegati, ancora in fase di elaborazione. Ma il punto è chiaro: il tempo per prepararsi è adesso, non quando l'obbligo sarà già in vigore. Chi aspetta l'ultimo momento si troverà a dover raccogliere dati di filiera in pochi mesi — un'operazione che, realisticamente, richiede almeno 12-18 mesi di lavoro strutturato.

Digital Product Passport e calzature: perché le scarpe sono un caso a parte

Se il tessile è complesso, le calzature lo sono ancora di più. Una singola scarpa può contenere decine di componenti — tomaia, suola, sottopiede, collanti, lacci, fibbie — spesso di materiali diversi e da fornitori diversi. Per questo il Digital Product Passport per le calzature è, dal punto di vista dei dati, una delle sfide più impegnative dell'intero regolamento.

Chi produce scarpe deve poter rispondere, per ogni modello, a domande precise: di cosa è fatta la tomaia? La suola è riciclabile o separabile? Quale percentuale di materiale è riciclato? Da dove arrivano la pelle o il tessuto tecnico? Sono informazioni che spesso vivono nella testa del responsabile di produzione o nei documenti dei fornitori, non in un sistema strutturato e interrogabile.

La buona notizia è che il settore calzaturiero italiano parte da un vantaggio: la filiera è corta e i fornitori sono spesso storici, quindi i dati — per quanto frammentati — esistono. Il lavoro non è inventarli, ma raccoglierli, strutturarli e collegarli a ogni prodotto, così che il passaporto digitale possa attingervi in automatico. È esattamente il tipo di progetto che affrontiamo con i brand di calzature con cui lavoriamo: prima si mette ordine nei dati di filiera, poi il DPP diventa una conseguenza, non un ostacolo.

Quali dati servono davvero

Uno degli errori più comuni è pensare che il DPP richieda informazioni che le aziende non hanno. In realtà, molti dati esistono già: sono frammentati, non strutturati, distribuiti tra reparti diversi, ma esistono.

Ecco le categorie di dati che il DPP richiederà per i prodotti moda:

Identificazione del prodotto

Composizione e materiali

Processi produttivi

Sostenibilità e circolarità

Conformità

Non tutti questi dati saranno obbligatori dal giorno uno. Gli atti delegati definiranno i requisiti minimi per categoria. Ma è ragionevole aspettarsi che composizione, origine, istruzioni di cura e informazioni sulla riciclabilità saranno tra i primi campi richiesti.

Come raccogliere i dati di filiera

Il problema vero non è sapere quali dati servono. È raccoglierli. Soprattutto quando la filiera è lunga, frammentata e gestita con strumenti diversi — che è esattamente la situazione della maggior parte delle aziende moda italiane.

Ecco un approccio operativo in quattro fasi:

1. Mappatura della filiera produttiva

Prima di raccogliere dati, serve sapere da chi raccoglierli. Elenca tutti i fornitori coinvolti nella produzione di ogni referenza: fornitori di materie prime, terzisti di lavorazione, laboratori di tintura, assemblatori, confezionatori. Per ogni fornitore, identifica quale dato può fornire e in quale formato lo gestisce attualmente.

2. Audit dei dati interni

Verifica cosa hai già. L'ERP contiene le distinte base? Il reparto qualità ha le schede tecniche aggiornate? Il reparto acquisti ha i certificati dei fornitori? Spesso i dati esistono, ma sono in documenti PDF, email, fogli Excel non collegati tra loro. L'obiettivo non è digitalizzare tutto immediatamente, ma capire dove sono i vuoti.

3. Definizione di un formato condiviso

Stabilisci un formato standard per ricevere dati dai fornitori. Non deve essere sofisticato: un template Excel condiviso, con campi predefiniti, è già un passo avanti rispetto a email con allegati destrutturati. L'importante è che ogni fornitore sappia esattamente cosa compilare e in quale formato.

4. Raccolta progressiva

Non cercare di raccogliere tutto in una volta. Parti dai prodotti a più alto volume o dai best seller. Completa il set di dati per quelle referenze. Poi estendi il processo alle altre linee. Questo approccio riduce la complessità iniziale e crea un metodo replicabile.

Integrare il DPP nei sistemi esistenti

Il DPP non è un sistema a sé stante. È un layer informativo che si appoggia ai sistemi già in uso: ERP, PLM, PIM, e-commerce. La sfida è far parlare questi sistemi tra loro e generare un output strutturato per ogni prodotto.

Ci sono tre scenari tipici:

Aziende con ERP strutturato (SAP, Oracle, Infor, ecc.)

In questo caso, buona parte dei dati di prodotto è già nel sistema. Il lavoro consiste nell'aggiungere i campi mancanti (origine materiali, istruzioni di fine vita, dati di circolarità) e nell'esportare i dati nel formato richiesto dal DPP. Servirà un connettore o un modulo aggiuntivo, ma la base c'è.

Aziende con gestionale custom o legacy

Qui il lavoro è più consistente. Spesso i dati sono parziali, distribuiti tra il gestionale e fogli esterni. La strada più pratica è costruire un database intermedio (anche semplice: un foglio strutturato o un tool no-code) che raccolga i dati da più fonti e generi il passaporto. Non servono investimenti enormi, serve metodo.

Aziende senza sistemi centralizzati

Per le realtà più piccole, che gestiscono tutto con fogli Excel e documenti sparsi, il DPP può essere l'occasione per strutturare i dati di prodotto in modo ordinato per la prima volta. Partire con un template semplice e popolare progressivamente è già un risultato concreto.

In tutti e tre gli scenari, l'intelligenza artificiale può accelerare il processo: estrarre dati da documenti non strutturati (PDF dei fornitori, certificati scansionati), normalizzare le informazioni, identificare i gap. Non come soluzione magica, ma come strumento operativo che riduce il lavoro manuale di raccolta e pulizia dati.

Da dove partire oggi

Se lavori nella moda e il DPP ti sembra ancora lontano, ecco cinque azioni concrete che puoi fare adesso — senza budget straordinari e senza aspettare gli atti delegati:

  1. Fai una mappatura dei fornitori attivi. Per ogni fornitore, annota: cosa produce per te, dove ha sede, quali dati è già in grado di fornirti. Anche un semplice foglio condiviso è sufficiente in questa fase.
  2. Verifica le distinte base. Le tue schede prodotto contengono la composizione completa dei materiali, con percentuali? Se no, è il primo gap da colmare. È un dato che ti serve già oggi per l'etichettatura tessile obbligatoria.
  3. Controlla i certificati dei fornitori. Hai copie aggiornate delle certificazioni (OEKO-TEX, GOTS, GRS)? Sono archiviate in un unico posto o sparse tra email e cartelle? Raccoglile in un archivio centralizzato.
  4. Identifica i vuoti informativi. Per ogni prodotto chiave, elenca i dati che hai e quelli che mancano. I gap più comuni nella moda: origine delle materie prime a monte del fornitore diretto, dati energetici dei processi di tintura e finissaggio, istruzioni di riciclaggio o smaltimento.
  5. Pianifica un progetto pilota. Scegli 5-10 referenze e prova a costruire un passaporto digitale completo per ciascuna. Non deve essere perfetto: deve farti capire dove sono le difficoltà reali, quanto tempo serve, e cosa manca nella tua organizzazione.

Non serve aspettare la versione finale del regolamento per cominciare. I dati che il DPP richiede sono, in larga parte, informazioni che un'azienda moda dovrebbe già gestire in modo ordinato: composizione, fornitori, processi, certificazioni. Il passaporto digitale rende semplicemente obbligatorio ciò che oggi è buona prassi.

Hai bisogno di capire a che punto sei? L'AI Readiness Audit (670 €) include un'analisi dei dati di prodotto già disponibili, una mappatura dei gap rispetto ai requisiti DPP e un piano operativo per colmarli. È il modo più rapido per passare da “ne ho sentito parlare” a “so cosa fare”.